Racconto di Adele Ross

«Vuole sporgere denuncia?» chiese il medico. La donna assentì. Il viso era segnato dai colpi. La sua anima era segnata da ferite invisibili ad occhio nudo. Osservò il medico attraverso la patina di lacrime che riempivano i suoi occhi.

«Avrò bisogno di un posto dove andare – disse poi – non posso tornare a casa». «I suoi genitori non possono ospitarla per qualche tempo?» chiese lui. La mente della donna ritornò al viso di sua madre totalmente indifferente al suo dolore. Rammentò le parole di suo padre: «Te lo sei scelto e io non voglio sapere nulla. Sono problemi tuoi». Cercò nei ricordi il nome di una qualsiasi persona che avrebbe potuto darle sostegno in quel momento ma non riuscì a trovarne. «Dai miei genitori non posso andare» si limitò a dire.

«Non si preoccupi – la rassicurò il medico – contatteremo una struttura che potrà esserle d’aiuto in questo momento». La donna compilò tutti i moduli che le chiesero di riempire. Rilasciò tutte le dichiarazioni che le chiesero di rilasciare. E quando tutto fu finito lasciò l’ospedale per tornare a casa. Lui non avrebbe dovuto essere a casa. Sarebbero trascorse ore prima che rientrasse dall’ufficio. Avrebbe raccolto tutte le sue cose e se ne sarebbe andata. Quella volta, però, se ne sarebbe andata per sempre.

Ripensò a tutti gli anni gettati nella speranza che le cose cambiassero. Tutti i colpi che aveva incassato. Tutte le ferite sul suo corpo e tutte quelle sulla sua anima che nemmeno dopo tanto tempo erano guarite. Tutte le volte che lui aveva chiesto perdono. Tutte le volte che l’aveva convinta di essere lei la causa scatenante di tanta rabbia e ti tanta violenza. Ripensò a tutte le persone che le avevano voltato le spalle e a tutte le persone che avevano finto di non vedere, di non sentire. Oramai aveva deciso che quella sarebbe stata l’ultima volta.

La chiave girò nella toppa e la porta si aprì sulla casa silenziosa. La donna si diresse in camera da letto e cominciò a riempire una borsa con le sue cose.

«Cosa stai facendo?» la voce di lui era remissiva e spaventata. La donna non rispose. «Non avrai intenzione di andare via?» chiese di nuovo lui. La donna non disse una parola, continuando a riempire la borsa. «Lo sai che mi dispiace – continuò lui – sai che non è colpa mia. Sei tu che mi costringi a comportarmi così». La donna non parlava. La borsa si riempiva. «Non puoi andartene in questo modo – implorò lui – non puoi buttare via il nostro amore come se fosse niente».

A quelle parole la donna si fermò di colpo. Realizzò in un istante che quello che aveva provato per lui era stato solamente una brutta copia di quello che avrebbe dovuto essere l’amore. Lo guardò. Senza odio, senza rancore. Il suo sguardo era carico di compassione e pena. Gli occhi si riempirono nuovamente di lacrime mentre raccoglieva la borsa e si dirigeva alla porta.

«Tu non puoi andare via!» intimò lui con la voce carica di rabbia. Le afferrò con violenza un braccio per fermarla. Lei lo osservò ancora. I suoi occhi erano colmi di lacrime ma il suo sguardo era determinato. Diede uno strattone liberando il braccio. Lui la fermò di nuovo e la colpì con un pugno. Gli occhi di lei pieni di compassione si chiusero dopo l’ultimo colpo. E scese il buio.


Un pensiero riguardo “L’ultimo colpo

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