Il Signore di Notte di Gustavo Vitali

Un estratto dal Giallo Storico di Gustavo Vitali

Il Signore di Notte

Genere: giallo storico – Pagine: 520 – Self publishing

Estratto

Capitolo 1

Il corpo esanime del nobiluomo Nicolo Duodo, settantotto anni, due volte vedovo, famiglia annoverata tra le “Case Nove” nel Libro d’Oro della Serenissima Repubblica di Venezia, giaceva bocconi disteso davanti al lungo tavolo ingombro di carte e disposto in diagonale a chiudere un angolo della stanza.

Un braccio piegato sopra il capo, con il palmo della mano rivolto in basso, era rimasto appoggiato malamente al seggiolone in legno scuro, rovesciato con tutta probabilità in seguito alla caduta dopo il colpo letale che aveva spedito l’uomo a miglior vita. Altri due seggioloni identici, uno dirimpetto a quello rovesciato, l’altro sul lato opposto del tavolo, quasi nel cantone della stanza, erano rimasti al loro posto. La luce del giorno penetrava dalla finestra in parte oscurata da un vecchio panno, poco più di uno straccio, messo a sostituire un vetro rotto.

Il colpo mortale era stato sferrato alla testa. Questa posava di lato nella vasta chiazza di sangue sul pavimento, sangue fuoriuscito dal cranio, colato giù lungo il collo e la faccia e andato a coprire le doghe consunte del parchetto. Altro sangue sulla gorgiera e sul farsetto blu scolorito che mal si intonava con le braghe color ocra; ancora sangue a impiastrare i capelli grigi e la guancia appoggiata a terra. Qualche carta dal tavolo era stata trascinata dal rovinare del corpo ed era finita sul pavimento.

Non era difficile individuare l’arma che aveva ammazzato il Duodo: un pesante candelabro a due bracci giaceva riverso poco lontano dal cadavere. Schizzi di sangue andavano scemando sul parquet via via che si allontanavano dal corpo. Due mozziconi di candele si erano sbriciolati nell’urto e le schegge stavano sparse a terra insieme a grumi di cera.

Un altro candelabro, copia esatta del primo, era rimasto al suo posto appoggiato sull’angolo opposto del tavolo, trattenendo infimi moccoli di candela. La cera squagliata era colata nei piattini sotto i sostegni prima di rassodarsi. Altre gocce di cera mai rimosse incrostavano il piano del mobile e formavano un cerchio attorno al basamento, simile a quello che indicava la posizione del candelabro rovesciato. Sul tavolo c’erano qualche soldo d’argento, un medaglione con uno stemma araldico, penne d’oca, un calamaio e tutto il necessario per la scrittura: molti fogli di carta, lettere, manoscritti, codici, stampe di leggi e decreti con alcuni libri. Una scodella con un cucchiaio era appoggiata tra le carte e le mosche ronzavano attorno facendo festa ai rimasugli di chissà quale brodaglia.

Il Signore di Notte al Criminal, braghesse scarlatte a coscia di pollo, giubbone e berretto alto di tono più scuro, tabarro sulle spalle, se ne stava a testa alta, mento in fuori, mani dietro la schiena, ritto al centro della stanza disadorna che pretendeva di conservare una qualche dignità con un paio di quadri scadenti in cornici pompose. Si vedevano poi una spada schiavona, arma con elsa a cesto prediletta dalle truppe degli schiavoni, mercenari dalmati al servizio della Serenissima, senza particolari fregi appesa al muro accanto a una libreria che doveva aver conosciuto fasti migliori. Un sofà trasandato e qualche suppellettile non rimediavano affatto allo squallore dell’ambiente.

Dalle maniche e dal bavero della giubba di Francesco Barbarigo, il Signore di Notte, fuoriuscivano in bella mostra “lattughe” pieghettate con cura a guarnire polsi e collo di una camicia bianca, quasi immacolata se non fosse stato per una piccola ma fastidiosa e imbarazzante macchia di chissà cosa caduta su un polso a deturparne il candore. Se ne era accorto dopo essere uscito di casa, troppo tardi per rientrare a porvi rimedio.

Qualche oggetto ornamentale di vago prestigio posava sull’architrave del camino, insieme a un’ampolla di vetro opaco, a un mortaio di bronzo con il pestello accanto, a un candeliere di porcellana e poco altro. Parte dell’intonaco era cadente, soffitto basso, niente stucchi o affreschi, chiazze di umidità qua e là lungo le pareti annerite dal tempo, dalla fuliggine e dal fumo del camino che non veniva pulito da chissà quanto tempo.

Francesco non avrebbe potuto definire miseria quanto stava osservando, ma di sicuro grande decadenza. Lo stato precario dell’alloggio gli dava un disagio amplificato da un fievole lezzo di marciume e di aria viziata. Provò fastidio nel guardarsi intorno, ancor più quando osservò carte e stampati ammucchiati alla rinfusa sui ripiani bassi della libreria e sul tavolo, manoscritti con note scarabocchiate, cancellazioni e qualche macchia d’inchiostro su libri contabili che segnavano solo zecchini da pagare. Provò altro fastidio di fronte ai volumi impilati alla bell’e meglio, con i dorsi strappati e i titoli ormai illeggibili, residui di opere che in precedenza avevano sfoggiato la loro eleganza. Altri libri si mescolavano alla rinfusa tra le scartoffie, aperti tra le carte, e lasciavano intravedere pagine sgualcite. Non mancava la polvere e tanto, tanto disordine.

Inutilmente l’Officiale di Notte difendeva narici e olfatto dal fetore con un grazioso fazzoletto. La presenza di insetti era del tutto normale, anche se qui più numerosi che altrove, ed egli non prestò alcuna attenzione a questi animaletti compagni degli umani anche in dimore più agiate.

Lungo una parete giaceva un divano parecchio malconcio, coperto alla rinfusa da un nutrito campionario di cuscini di foggia, colori e dimensioni disparate, segnati da macchie e macchioni, con i ricami sgualciti: non incoraggiava certo a sedersi. Francesco si convinse definitivamente che, se quella non era miseria, ben poco ci mancava.

Due calici, residui spaiati di cristallerie ormai disperse, poggiavano su un tavolino accanto al divano: un “servo muto”, sorridente e immobile, rappresentava un piccolo moro nel gesto di porgere un vassoio al padrone. I bicchieri erano incredibilmente lindi come pure l’ampolla posta accanto, finemente decorata, mezza piena di una qualche mistura alcolica. Il Barbarigo levò delicatamente il tappo di vetro per annusarne il contenuto, ma il forte odore gli risultò sconosciuto e richiuse l’ampolla. Osservò meglio i calici, tendendo il braccio verso la luce che penetrava dalla finestra, senza notare tracce di bevande o impronte di labbra. Constatò pure come nessuna goccia fosse caduta a macchiare il tavolino. Nessuno aveva bevuto da quei bicchieri.

All’ingresso dell’abitazione che dava su Corte Loredan, e questa a sua volta sulla stretta calle omonima in contrada di San Marcilian nel sestiere di Cannaregio, le teste di alcuni sbirri facevano a turno brevi capolini ritraendosi di botto, avanti e indietro, prima uno poi l’altro, senza osare varcare la soglia perché il Barbarigo aveva vietato loro di entrare. L’intenzione avrebbe voluto garantire che testimoni, tanto poco affidabili quanto loquaci, divulgassero poi voci disparate e incontrollabili sul morto d’alto lignaggio a dispetto dell’alloggio scadente e della miseria.

Non sarebbe stato così, perché un omicidio in questa Venezia del 1605, sotto la signoria del doge Marino Grimani, si sarebbe ben prestato al pettegolezzo e alla morbosità del popolino, tanto più che la vittima era un patrizio, sebbene con disponibilità economiche non all’altezza del rango, un membro del ceto nobiliare che nella Serenissima Repubblica deteneva le chiavi del potere. Tuttavia l’ordine aveva impedito agli sgherri di cedere al vizio di rubacchiare frugando tra le cose del defunto, una consuetudine ben risaputa. Cosicché, tolta la possibilità di allungare le mani su qualche misero bottino, ai tutori dell’ordine era rimasta solo la povera soddisfazione di intrufolarsi con occhiate furtive tra le miserie della casupola in cui un nobile aveva condotto una dura esistenza scivolando lungo la china della povertà.

Il resto della casa, un paio d’ambienti senza grandi fronzoli e nessun mobilio di pregio, non appariva disordinato come la stanza del ritrovamento, segno evidente di una mano amica che li teneva in ordine. Davvero strana abitudine, pensò il Barbarigo, perché un visitatore sarebbe stato accolto nello stanzone centrale, quello più lercio, tra polvere e disordine, certo non in camera da letto o in cucina. Ma cambiò subito idea: forse al defunto non piaceva che gli occhi di un eventuale domestico cadessero sulle sue carte. Oppure semplicemente gli andava bene così.

Dalla presenza del denaro sul tavolo e dall’uscio intatto il Signore di Notte pensò di poter escludere il delitto di un ladro sorpreso all’opera, un furto finito male, insomma. E poi, che tesori pensava di trovare un malvivente in quella casupola? Escluse pure che l’intruso avesse rovistato tra i documenti, perché il soqquadro della stanza gli parve cosa vecchia come la polvere sulle pile di carta.

Nell’ambiente che doveva fungere da cucina e dispensa tutto era riposto in buon ordine e pulizia. Un letto ben rifatto confermava la presenza di un servitore, magari di quelli tanto affezionati da seguire i padroni anche nella miseria, a condividerne stenti e privazioni. O forse uno schiavo comprato quando le cose andavano meglio e adibito a “famégio”, cioè a domestico, come la stragrande maggioranza degli schiavi a Venezia. Ma il Barbarigo scartò subito l’idea che un poveraccio come il Duodo fosse mai stato in condizioni di acquistarne uno.

Nella camera padronale un ingombrante letto a baldacchino troneggiava tra due seggioloni identici a quelli accanto al tavolo, con una cassapanca ai piedi e un basso armadio di lato. Su cuscino e coperte l’impronta di un corpo che si era adagiato senza infilarsi tra le lenzuola. Due ritratti degli avi di Nicolo che sembravano guardarlo severi negli occhi stavano appesi alla parete in cui si apriva la porta che dava sull’ambiente principale. Poca luce dalla finestra per gli scuri rimasti accostati.

La cassapanca gli ricordò d’averne vista un’altra in cucina, più grezza e che aveva perso gran parte della tinta originale, un verde che da nuova doveva essere stato sgargiante. Tornò in fretta nel locale per aprirla: ne uscì qualche indumento femminile, un paio di lunghi camicioni dai ricami stinti, corpetto e gonna per le grandi occasioni ancora in buono stato, un paio di scialli bianchi, e altre cosucce.

Lasciò ricadere il coperchio del baule e si precipitò all’uscio. Il rumore del botto mise in rapida fuga uno sbirro più curioso degli altri che si era avventurato poco oltre la soglia. Il Barbarigo chiamò a voce alta il capo contrada, che se ne stava a bighellonare con le guardie.

«Dite, missier!» rispose quello.

«La serva … la serva del nobile Duodo, sapete chi è costei?» incalzò il Barbarigo.

«Si chiama Apollonia, missier.»

La donna si chiamava davvero Apollonia, “detta anche Polonia”, aggiunse quello piccandosi di una precisione che non era affatto tale. Infatti rimase a bocca aperta quando tentò di ricordare il cognome. Il Barbarigo sorvolò e diede ordine di trovare questa Apollonia e di farlo in fretta. L’altro lo rassicurò con un cenno del capo, una specie di mezzo inchino frettoloso. Poi chiese cosa comandava il Signore di Notte riguardo al garzone che aveva scoperto il corpo dell’ucciso, tale Ferruccio.

«…Ferruccio Longheno, il figlio maggiore di…» stava tentando di precisare in vena di riscatto, ma il Barbarigo tagliò corto e decise in un baleno di sentire questo Longheno. Mentre si voltava per rientrare nella casetta cambiò repentinamente idea: l’avrebbe convocato in seguito, non ora, disse in tono perentorio. Il capo contrada annuì di nuovo con un altro cenno del capo.

Nel primo mattino del 16 aprile 1605 i rari passanti lungo la fondamenta dei Mori nei pressi di San Marcilian erano incappati con sorpresa nella corsa affannata di un ragazzone, Ferruccio Longheno, figlio di una popolana rimasta vedova dopo aver perso il marito in mare. Ferruccio si guadagnava il pane come garzone di un bottegaio della stessa contrada di casa Duodo.

Il ragazzo era balzato fuori all’improvviso dalla stretta calle Loredan, correndo come un ossesso e liberandosi da chi tentava di trattenerlo. Ansimava forte e dalle sue parole non si era capito nulla dell’accaduto, perché ora erano grida, ora farfugli. C’era voluto del bello e del buono per ricondurlo a un minimo di calma e fargli raccontare del ritrovamento di Nicolo Duodo ormai cadavere. L’agitazione di Ferruccio aveva attirato l’attenzione di altri passanti, poi qualcuno si era infilato nella casa del morto indicata dal garzone.

La fortuna volle che uno dei capi contrada abitasse lì vicino e accorresse in breve tempo, buttato giù dal letto dalle urla sguaiate di un bottegaio corso sotto casa sua per metterlo in allerta.

Fin dai tempi più remoti l’ordine pubblico in città era affidato principalmente ai Signori di Notte al Criminal, magistrati e al contempo capi della polizia. Nel corso dei tempi questi erano aumentati da due fino a sei patrizi eletti dal Maggior Consiglio, uno per sestiere. Alle loro dipendenze altrettanti capi sestiere, pure questi scelti tra i membri del patriziato. A costoro erano stati in seguito affiancati due responsabili per ciascuna contrada, i capi contrada, anticamente al comando di milizie popolari dette “duodenae” perché costituite ciascuna da dodici uomini, pronte a intervenire soprattutto in casi di particolare turbamento dell’ordine pubblico.

Successivamente, agli originari capi sestiere ne erano stati aggiunti altri sei eletti dal Consiglio dei Dieci: una serie parallela alla prima con mansioni di polizia di concerto e talora in concorrenza con i Signori di Notte, nonostante dipendesse da questi ultimi.

A questi si erano aggiunti i Cinque Savi della Pace, magistrati ai quali spettava di perlustrare le calli a capo di altre guardie armate per reprimere risse e punire chi fosse stato sorpreso a portare armi senza autorizzazione. In pratica con analoghe funzioni dei Signori di Notte e come questi eletti nel ceto patrizio, ma restavano questi ultimi l’autorità primaria posta a controllo dell’ordine pubblico nel territorio urbano.

Nel giorno in cui fu scoperto il cadavere di Nicolo Duodo i capi sestiere avevano cessato di esistere da una sessantina d’anni, sostituiti dai Signori di Notte al Civil, sempre nobili e sempre uno per sestiere. A costoro erano state attribuite competenze civili e penali: procedere contro inquilini morosi e sfratti, frodi commerciali, mancata consegna di merci, esami di testimoni richiesti all’estero, esecuzioni di sentenze straniere, vendita di pegni, facoltà di bandire dalla città i malavitosi, arrestare i banditi, gli omicidi, i ladri, i feritori, le meretrici, perseguire le ingiurie e altro ancora.

Era rimasta ai Signori di Notte al Criminal una più specifica competenza per le indagini di polizia e la facoltà di procedere in istruttoria contro delitti di sangue, porto d’armi, reati carnali dei servi, bigamia, assassini, ladri, vagabondi, perseguire i delitti contro proprietà, onore, buon costume, stregonerie, filtri, malefici, stupro, percosse, associazione a delinquere e sorvegliare le danze notturne. Per alcuni reati procedevano direttamente al giudizio, mentre per altri intromettevano i processi ai Giudici del Proprio.

Qualcuno sosteneva che tra tanta gente, con tanto di titoli e titoloni, confusione e conflitti di competenza fossero all’ordine del giorno, in un guazzabuglio di sovrapposizioni d’incarichi e attribuzioni dal quale si doveva penare per venir fuori. Non era del tutto vero, sebbene in tema di ordine pubblico avessero parola anche l’Avogaria de Comun, i magistrati della Giustizia Nuova, gli Esecutori Contro la Bestemmia e altri ancora.

Appena giunto sul posto questo capo contrada, persona esile, piccola di statura e dal carattere mite, prese Ferruccio e lo tirò da parte con le buone. Il garzone riuscì a spiegare l’accaduto: aveva scoperto il cadavere di un cliente del bottegaio suo padrone. Tutto qui, ma lo spavento era stato grande.

Il capo contrada non perse tempo e mandò un volenteroso ad avvertire il suo collega, mentre ne “arruolava” in fretta e furia altri quattro. Questi furono messi a guardia all’uscita di calle Loredan su fondamenta dei Mori; erano fin troppi, visto il budello talmente stretto da lasciar passare a fatica due persone fianco a fianco. L’ordine tassativo era di allontanare chiunque in modo che non un’anima si intrufolasse nella corte. Non fu quindi un gran problema bloccare l’accesso al luogo del delitto, visto che la calle non aveva altri sbocchi.

L’altro capo contrada e i suoi uomini non si fecero attendere e presto un manipolo dal passo deciso e dall’aspetto baldanzoso scavalcò il ponte che dava sulla fondamenta, poco più che una passerella di assi allungate tra le due rive. Al centro si trovava una barca sulla quale le assi poggiavano a formare una cosiddetta “tola”, potendosi levare rapidamente per lasciar passare i natanti. Quegli uomini vestivano braghe e farsetti ampi in prevalenza di colore scarlatto, con larghi tagli sulle maniche, mentre i calzoni erano allacciati in vita da stringhe che si intravedevano sotto la fascia di cuoio, cui era appesa la spada, calze fin sopra il ginocchio, in testa un berretto nero.

A differenza del collega, questo capo contrada era decisamente altezzoso: fisico tarchiato e grossa testa a sorreggere una vecchia berretta a tegame rovesciato che aveva perso ogni lustro fino ad apparire ridicola se paragonata ai copricapi all’ultima moda. Tuttavia, la portava con una certa fierezza perché era tutto ciò che restava del tempo, molti anni prima, in cui le fortune della sua famiglia erano state ben diverse e sostanziose. In seguito gli affari erano andati male, sempre peggio, e ora si trovava ridotto a vivere in uno stato che gli riempiva l’animo di cattiveria e di malevolenza verso il mondo intero, un mondo che ai suoi occhi appariva avvantaggiato da una fortuna a lui negata.

Pelle scura, barba incolta, atteggiamento tra il tracotante e il furbesco, occhio vigile a scrutare intorno quasi a voler acchiappare pure il volo di una mosca, un mezzo sogghigno stampato sulle labbra, sembrava compiaciuto della situazione. Irruppe dunque sul palcoscenico dell’omicidio nella parte di protagonista che si era già assegnato.

Scostante e borioso, i suoi modi mutavano bruscamente fino a sfoderare l’atteggiamento più prono quando era giocoforza confrontarsi con qualcuno più in alto di lui. Questo misto di arroganza e prevaricazione con i sottoposti, cui facevano da contraltare remissività e deferenza verso i potenti, era mal digerito dai primi che non sopportavano affatto di essere trattati con disprezzo e supponenza, neanche fossero stati tutti stupidi e malfidati. In compenso, i secondi raramente cadevano nella trappola dell’ossequio.

L’altro parigrado, scaraventato dritto dal sonno in una storia di sangue, fu presto fagocitato dal gradasso. Non trovò di meglio che ritagliarsi il ruolo dell’eterno consenziente, più spesso muto che interlocutore, sperando in cuor suo che finisse presto.

Nel trambusto di quella mattina il prepotente non perse occasione di fare sfoggio di tutta la sua protervia. Si rivolse ai presenti con sguardo astuto, anche se non era affatto scontato che lo fosse, e volle sapere ogni particolare, ripetendo più volte le stesse domande con l’intento di trarre gli interrogati in contraddizione. Osservava le reazioni tra il diffidente e il beffardo, alla ricerca di un aggancio da sfruttare a suo comodo per dimostrare quanta poca cosa fossero loro e quanto abile a capire, dedurre e spiegare fosse invece lui.

Rincarò la dose quando fu la volta di Ferruccio Longheno, sottoposto a una raffica di brusche domande condite da pesanti minacce. Lo prese per le vesti, volarono accuse e perfino un paio di ceffoni. Il tutto saltando di palo in frasca e spesso ghignando sospettoso alle balbettanti risposte del poveraccio, che quasi sembrava un reo in atteggiamento di chiedere clemenza a un giudice spietato. Che ci faceva lì? Chi lo aveva mandato? Com’era entrato in casa Duodo? Dov’era la cesta delle vivande? Era venuto da solo? E via dicendo. A nulla valse tanto accanirsi: i fatti nudi e crudi recitavano inequivocabili che il povero garzone aveva rinvenuto il corpo di uno sventurato. Niente di più.

Nel frattempo, i guardiani occasionali messi a sbarrare l’ingresso di calle Loredan erano stati rilevati da un paio di guardie. Un’altra coppia si era messa a presidio dell’ingresso della corte sulla calle. Un ulteriore varco sul lato opposto dava dritto su un canaletto ed era chiuso da inferriate, quindi senza bisogno di custodi.

I due capoccia entrarono nella corte trascinandosi dietro il povero Ferruccio che ancora non si era ripreso dalla dura inquisizione e, bianco in viso come un cencio, non mostrava affatto voglia di seguirli. Finestre e usci delle casupole che davano sullo spiazzo erano tutti un affacciarsi di donne, mamme con i pupi in braccio, uomini vecchi e giovani, fanciulle e bambini, la morbosità dipinta sulle facce insieme alla preoccupazione di restare coinvolti nel fattaccio. Si sentivano al sicuro tra le proprie mura e nessuno si azzardava a uscire in cortile, dove si contavano solo sbirri. Eppure nessuno rinunciava a sbirciare da finestre e finestrelle.

Il ragazzo si limitò a indicare l’uscio di casa Duodo, guardandosi bene dall’entrare per non ritrovarsi ancora il morto davanti agli occhi. Vi entrarono invece i due responsabili della contrada: un’“acuta” deduzione del gradasso ipotizzò che il cadavere fosse proprio quello del padrone della dimora.

Il primo e docile capoccia se ne stette zitto, lasciando prendere una decisione al burbero collega. Questi aveva perso gran parte della sua sicumera e non sapeva cosa fare: interrogare i vicini, perquisire la casa, torchiare ancora il garzone, oppure scaricare il tutto su chi gli stava sopra? Senza degnarsi di interpellare il compagno, scelse la seconda e più comoda soluzione a scanso di possibili grattacapi visto il rango della vittima e la gravità del fatto. Gli sibilò, quasi fosse stato un subalterno, di mandare qualcuno ad avvertire i Signori di Notte. L’altro si precipitò a eseguire l’ordine.

Nell’attesa che arrivasse chi di dovere a farsi carico delle indagini, il primo sperando di levarsi dagli impicci e l’altro per levarsi dai piedi il prepotente, i due si posero a guardia dell’uscio. La posta fu di breve durata perché il gradasso mutò parere e decise di svolgere qualche accertamento per conto suo, tanto per non presentarsi a mani vuote a chi sarebbe subentrato e magari subirne il biasimo. Sguinzagliò le guardie a interrogare il vicinato, che fu lesto a rintanarsi in casa. Gli sgherri dovettero bussare forte e chiamare porta per porta; urlarono contro chiunque capitasse a tiro ponendo una ridda di domande con tono tanto minaccioso che riuscì solo ad aumentare il timore dei popolani. La curiosità della corte si dissolse come per incanto e nessuno rimase a far capolino.

Al contrario, le cautele prese per tener lontano la gente da calle Loredan si erano rivelate quanto mai opportune. Infatti, con l’avanzare della mattinata, San Marcilian era andata via via animandosi. Com’era prevedibile, la notizia si era sparsa ovunque e calli, campielli e fondamente circostanti erano diventati tutto un vociare di cittadini che, abbandonate dimore, botteghe e pure gli affari, si erano affrettati incuriositi verso il luogo del misfatto. Non ci volle troppo perché molta gente si radunasse dove la calle sbucava in fondamenta dei Mori, proprio dove poco prima era stato intercettato lo sconvolto Ferruccio.

La folla era variopinta perché tra i popolani erano d’uso abiti coloratissimi, soprattutto nelle vesti delle donne dove il rosso spadroneggiava sulle altre tinte. Colorate erano pure le “tonde”, cioè i grembiuli, le “carpette”, sottane in tessuto di Damasco molto diffuse e indossate sotto le “soprane”, ovvero le vesti di sopra di velluto liscio e monocolore. Di colori vivaci pure i corpetti chiusi davanti da un cordoncino. Da poco il pesante busto di ferro a punta, ritenuto responsabile di danni fisici alle donne gravide, era stato soppiantato da quello a stecche di legno o d’osso, universalmente indossato da adulte, ragazze e bambine. Quasi tutti bianchi i “ninzioleti”, sorta di mantelline di tela fine o di mussola a coprire capo e spalle.

Note di colore, ricami e preziosi ornamenti contrassegnavano anche gli abiti maschili di panno, di velluto, di raso e altre stoffe ancora, secondo lo stato di chi li indossava. Le braghe erano entrate da tempo nell’uso comune relegando le calzebraghe d’altri tempi, una sorta di calzamaglia portata da uomini di ogni ceto, a essere indossate al di sotto oppure sostituite da calze lunghe fino sopra il ginocchio. Le camicie dei benestanti, bianche e increspate, chiudevano il collo con la gorgiera, un colletto pieghettato e rinsaldato con amido o stecche.

Il vociare della folla si spegneva d’incanto verso l’imbocco di calle Loredan, dove una silenziosa attesa era rotta solo da sommessi brusii. C’erano ricchi mercanti e signori, facilmente distinguibili dai giubboni finemente lavorati, dai berretti alti e dai tabarri lussuosi, che assistevano da lontano e con ostentato distacco senza mischiarsi al popolino, dissimulando per dignità di ceto il morboso interesse. Mormoravano tra loro più che parlare, mentre altri sopraggiunti andavano ad aggregarsi e chiedevano notizie a bassa voce e ottenendo risposte del tutto vaghe.

I passanti della prima non si stancavano di ripetere e ripetere ancora del Ferruccio che correva agitato, che non riusciva a parlare per il grosso spavento e che ora era trattenuto dalle guardie. Qualcuno aveva cominciato a lavorare di fantasia e il ragazzo era già dato per arrestato, rinchiuso al “cason”. No, anzi, era fuggito. Come? Con l’aiuto di complici. No! Preso dalle guardie e ferito. Naturalmente non mancavano insinuazioni malevole, che mandarono in soffitta ogni riguardo verso l’innocente garzone.

L’arrivo di Francesco Barbarigo non era stato del tutto celere. Intanto, per portare la notizia del ritrovamento del cadavere alle Prigioni Nuove, l’emissario dei capi contrada aveva corso per mezza città che i veneziani chiamavano “tera”. La parola sembrava dettata dal fatto di stare con i piedi all’asciutto sebbene circondati da acqua, ma non era affatto così. In realtà, questo vocabolo rappresentava la percezione e l’individuazione di Venezia come massimo sunto dello stato, la Terra di San Marco. Fuori dalla città e dal Dogado, vale a dire la ristretta fascia litoranea attorno alla laguna, gli altri territori della Serenissima erano domini dove esistevano sudditi, non cittadini. Ma tutto ciò non era affatto nella testa dell’uomo sudaticcio e trafelato che quella mattina si era fatto largo tra la folla che ingombrava calli e campi cercando di abbreviare la strada, di spicciarsi, saltando da un traghetto all’altro per attraversare i canali più grandi e infine il “canalasso”, il Canal Grande.

I traghetti erano barche a uso pubblico che collegavano i vari punti della città. La licenza di possedere una barca pubblica si chiamava “libertà di traghetto” e apparteneva a un padrone che la usava in proprio o l’affittava ai barcaioli. Di questi, meno di dieci anni prima ne erano stati censiti 1741, inquadrati in “fraglie”, vale a dire una struttura corporativa come le arti e i mestieri. Infatti ogni traghetto aveva la sua “mariegola”, cioè il proprio statuto, ed eleggeva un “gastaldo” a rappresentarlo per un anno. Per percorsi lunghi, fino a Marghera, Padova, Treviso, Portogruaro, Vicenza e Verona, erano in servizio barche munite di vela, i “traghetti da viaggio”. In tutto erano stati contati circa diecimila natanti tra grandi e piccoli, adibiti a uso privato o pubblico, per merci e passeggeri, gondole comprese. La categoria dei gondolieri, una razza tradizionalmente linguacciuta e rissosa, era sempre stata numerosa, ma in barca ci dovevano andare tutti non avendo altre vie che quelle d’acqua.

Il messaggero aveva fretta, ma aveva cercato di risparmiare qualche soldo correndo di più e navigando di meno, fino all’ultimo traghetto, uno dei quindici in servizio per attraversare il canalasso sul quale esisteva un solo ponte, quello di Rialto, troppo lontano per gambe troppo stanche. Si era quindi rassegnato a pagare il rituale “bagattino”, uno spicciolo di rame e tariffa per il passaggio stabilita dalla Giustizia Vecchia, ennesima autorità della galassia delle magistrature. Finalmente era riuscito a raggiungere le Prison Nove, mezze finite e mezze no, dove al primo piano i Signori di Notte avevano la loro stanza con obbligo di riunirsi a partire da mezzogiorno fino al tramonto.

continua…


Di cosa parla il libro…

Venezia 16 aprile 1605

Il cadavere di un nobile ridotto in miseria viene rinvenuto nella sua squallida dimora. Sul luogo del delitto si precipita il protagonista, Francesco Barbarigo, un aristocratico che riveste la carica di Signore di Notte, sei magistrati sovraintendenti all’ordine pubblico.

A dispetto della sua boria e presunzione, emerge subito che non è affatto all’altezza delle indagini. Permaloso, pasticcione e sempre tentennante, si muove a casaccio seguendo piste inconcludenti: indaga sul garzone che ha scoperto il cadavere, sulla serva della vittima, per passare a una guardia erroneamente ritenuta corrotta, a un mercante ebreo sospettato di usura, poi al mondo dell’azzardo e infine a un pericoloso bandito al quale dà una lunga e infruttuosa caccia. Ma sono solo voli pindarici perché i fatti scagionano tutti inesorabilmente.

Nel contempo in soccorso dello sprovveduto arriva un capitano delle guardie con tutta l’esperienza che a lui manca: Domenico Stella. Tuttavia, tra agguati, nuovi delitti e quelli che riemergono dal passato, colpi di scena che sovvertono le poche certezze acquisite, le indagini non approdano da nessuna parte mentre la trama si infittisce. Si scopre che nelle tasche della vittima, Nicolo Duodo, sono passati molti soldi, ma non se ne conosce la provenienza e stranamente non l’hanno neppure levato dalla miseria. Il racconto si sposta a Murano dove il Duodo ha ricoperto la carica di reggente, ma Venezia continua a restare sullo sfondo, vera protagonista muta della vicenda.

I principali personaggi del libro sono realmente vissuti all’epoca, incastrati al posto e al momento giusto grazie a un lungo lavoro di ricerca che aggiunge un valore documentaristico a quello che comunque resta un giallo dei più fitti. Si aprono anche spaccati della società veneziana del tempo, sui suoi usi e costumi, leggi, aneddoti e altro ancora. Il lettore è messo dinanzi a questi brevi accenni che contestualizzano la trama nel mondo di allora con accurate descrizioni di luoghi e personaggi. Alcuni di costoro si muovono circospetti e con una prudenza esagerata, come consapevoli dello splendore che si sono lasciati alle spalle, perduto e irripetibile, ma incapaci di immaginare il lento e lungo declino che li aspetta.

Ecco quindi ricconi e chi vivacchia appena, burocrati e mercanti, sgherri e confidenti, bari e frequentatori delle bische, nobildonne e rampolli di buona famiglia, categorie emarginate quali gli ebrei e tanti altri. Poi figure sgradevoli come i “bravi”, accomunati alla sbirraglia da un fare violento e sopraffattore perché il tempo del declino è anche il loro.

Il protagonista è descritto come un uomo contorto, incapace di buttare alle spalle certi dolori del passato, attanagliato dalla preoccupazione di salvare faccia e onore del casato. Con linguaggio crudo, dissacratorio, a tratti schernitore e sarcastico, il Barbarigo è sbeffeggiato per la sua goffaggine e per gli esilaranti fallimenti. Il ridicolo dei suoi difetti e difettucci migra a quelli della società dell’epoca, ma non mancano tratti celebrativi della grandezza della Serenissima.

Per lo più Francesco non si fa mancare la relazione con una bella e indecifrabile dama che vorrebbe tenere confinata nel letto, ma nel suo intimo si agita qualcosa assai temuto e fonte di nuove angosce: l’innamoramento, una passione già vissuta in passato e con gran dolore.

Intanto le indagini languono e il Signore di Notte passa da una batosta all’altra. Poi riemergono dal passato l’affondamento di una nave carica di mercanzie e l’omicidio irrisolto di una donna a Murano. Arriva anche l’aiuto del nuovo podestà dell’isola, Coriolano Benzon, ma per dipanare la matassa servirà ancora un bel pezzo, fino alla confessione di un testimone del vecchio delitto.

Solo nel finale al lettore appariranno tutti i tasselli al posto giusto. Sarà un epilogo del tutto inatteso e sorprendente, con in più la resurrezione del Barbarigo come uomo nuovo e pronto a intendere diversamente la vita.



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